Non tutti ne usciremo migliori

Quello che sto per scrivere è un sfogo.
Uno sfogo che arriva dopo 50 giorni di quarantena perché anche la resilienza ha un limite.
Se pertanto, non siete pronti a parole forse anche dure, a fare i conti con i vostri limiti, a riconoscere il vostro egoismo, chiudete questa pagina e continuate la vostra vita.

Una parte di questo discorso è incluso nella mia “Storia di una quarantena annunciata” ma in quello che rimarrà un romanzo incompiuto perché mi sono resa conto che col passare dei giorni ho perso l’ironia che mi permetteva di raccontare in modo leggero ciò che sta accadendo, ci sono andata molto piano.
Ho cancellato molte parti più e più volte per non offendere nessuno, perché il momento è difficile per tutti, perché io, diversamente da molti preferisco tacere piuttosto che mostrare pubblicamente una rabbia e una delusione che capisco possa essere un “accellerante” per la rabbia di molti altri.

Questo però è il mio blog, questa sono io e quando parlarne diventa inutile, l’unico modo per scaricare tutto ciò che mi sta esplodendo dentro è scrivere.
Io non chiedo aiuto, non esterno le mie emozioni se non in rare eccezioni in cui il contenimento diventa insopportabile e nella piena consapevolezza che appena mi mostrerò più debole o avrò bisogno, le persone fuggiranno come se si trovassero davanti una lebbrosa in cerca di un abbraccio.

Sono orgogliosa ma solo perché penso che le persone che mi conoscono e che conoscono la mia vita siano mediamente se non addirittura molto intelligenti e pertanto capaci di arrivare da soli a capire che sebbene io sia una donna forte, talvolta anche le donne forti hanno bisogno di aiuto.

Sono presuntuosa e mi aspetto che, se io sono sempre pronta a dare, spesso sacrificando il mio tempo, trovando quelle ore, quelle parole, quei gesti che possono essere di conforto per altri quando questi attraversano momenti difficili, lo stesso venga fatto nei miei confronti le rare volte, che è abbastanza evidente, senza bisogno che io lo dica, che sono io quella che ha bisogno di una mano tesa.

Pensavo di essere egoista e anche un po’ stronza talvolta ma in questi 50 giorni mi sono resa conto che al confronto con troppi posso tranquillamente candidarmi come la fatina turchina.

All’inizio mi sembrava normale che ognuna delle persone con cui ho o ho avuto contatti che vanno oltre il buongiornissimo del caffè, con cui lavoro o ho lavorato da anni, fossero assenti.
Ognuno di noi ha dovuto inizialmente fare i conti con i cambiamenti che ci sono stati improvvisamente ordinati, ognuno ha avuto a che fare con altre persone che avevano bisogno di loro in modo più tangibile e pratico, ognuno di loro si è trovato in difficoltà con il lavoro, con la gestione dei figli, dei nonni, della famiglia in generale.

Questo valeva per la prima settimana, la seconda e anche la terza ma poi mi sarei aspettata almeno un: “Ciao, come stai? Tutto bene?”.
Che non c’è, a oggi stato, in moltissimi casi.
Nella mia, in fondo, empatia purtroppo estrema, ho creduto che il contatto non arrivasse per la paura di trovarsi di fronte situazioni peggiori delle loro e quindi doversi confrontare con l’incapacità di dare conforto o il sentirsi inutili e impossibilitati di fronte a un disagio molto profondo.

Tutte cazzate.

Così alla fine ho preso un foglio di carta e ho inserito i nomi di tutte quelle persone a cui negli anni e in modo oggettivo, non solo a parole, ho offerto supporto, aiuto, affetto, il tempo del mio sonno è quello della mia fame, in tutti i modi che potevo immaginare e realizzare.
Ho scelto quelle persone con cui ho avuto un rapporto anche molto intimo, in termini di amicizia o di altro, quelle con cui ho passato notti e giorni al telefono o su una panchina per consolarli o semplicemente ascoltarli. Quelle per cui ho cambiato i miei impegni e in parte, a volte, anche la mia vita, quelle con cui ho discusso in modo costruttivo, da cui ho imparato e a cui ho insegnato.
Tutte quelle a cui, per brevi o più lunghi periodi e più o meno recentemente, ho dato qualcosa, a volte molto, a volte abbastanza.

Il foglio è diviso a metà e da un lato sono elencate le persone di cui sopra che in questi 50 giorni non hanno fatto nemmeno lo sforzo di chiedermi come mi sentissi o se stavo bene e fra queste ci sono persino tutti i miei parenti a partire da quelli più stretti.
Persone che sanno bene quanto questa situazione su di me possa avere un impatto molto forte, per tutta una serie di motivi che ben conoscono.

Dall’altro lato ho segnato invece le persone che hanno saputo starmi vicino, chi più chi meno, con gesti semplici o con costanti dimostrazioni di affetto.
Chi mi ha procurato le mascherine introvabili, chi mi ha fatto la spesa o si offerto di farmela, chi mi ha chiesto di mia figlia e ha ascoltato la mia sofferenza per la distanza che dobbiamo mantenere, chi mi ha ascoltato arrabbiarmi, chi mi ha sentito piangere più volte, chi mi ha detto chiamami anche se stava mangiando.
Chi mi ha lasciato un biglietto sulla porta con scritto “andrà tutto bene”, chi dopo mesi senza alcun contatto mi ha scritto, telefonato.
Chi alla festa della donna ha portato un mazzo di mimose seppure sia allergica.
Quelli/e che hanno trovato nel casino generale delle nostre vite in questo momento, attimi per “restituirmi” un pochino di ciò che io ho dato più volte a loro.
Quelli/e che veramente tengono a me e per cui non sono solo un pozzo a cui attingere quando si ha sete ma anche un pozzo da riempire quando l’acqua finisce e l’aridità rischia di creparlo e farlo crollare.

In mezzo alle due metà del foglio, nel purgatorio della mia personale Divina Commedia, ho inserito i nomi di chi, sì mi ha chiesto come stavo, che ha “tentato” un contatto frettoloso solo perché in quel momento si sentiva solo/a o semplicemente per “chiedermi” altro supporto, altre sicurezze, di colmare altre sue necessità.
Come ha sempre fatto.
Persone che evidentemente ho abituato io troppo bene e che non contente del dito hanno cercato di prendersi anche il braccio e persino la spalla nel tempo e che ora non hanno capito che sono io quella che ha bisogno e che il tempo che hanno trovato per “ricevere” da me a questo giro dovevano trovarlo per “dare”. Persone che forse l’hanno capito ma danno per scontato che ce la farò da sola anche stavolta.
Tutte quelle persone a cui non è chiaro o non interessa che il pozzo ormai sia vuoto e che non faranno nulla per riempirlo.
Colpa mia quindi, solo per questo non sono finite nella metà del foglio dei “dannati”.

A qualcuna di queste persone ho fatto notare in momenti di debolezza quanto sto scrivendo e la risposta è stata: sono impegnato, il lavoro è un casino, ho i bambini a casa tutto il giorno, devo fare la pizza, scusa ma sono in coda all’Esselunga, mia moglie mi aspetta, ti chiamo domani, ti scrivo appena posso, ci vedremo appena finisce tutto…

Ora veramente e’ lecito e giusto che non abbiate capito cosa sta generando il vostro egoismo…

Come io ho sempre trovato il tempo e un modo, perché nonostante molti mi abbiamo classificato da tempo come quella fredda e insensibile, so cosa significa soffrire, essere preoccupati, stare male, sentirsi soli o essere privati di attenzione e vicinanza, tutti quelli di quella lista potevano trovarlo.
Il non trovare tempo e modo sono tutte scuse, lo sono state prima della quarantena, potevano essere evitate ora, continueranno a esserlo anche dopo, fino a che non saranno loro ad avere nuovamente bisogno dell’acqua del pozzo che altri o molto probabilmente io stessa avrò nuovamente riempito.

Questo è il foglio e siccome sono una fanatica della privacy e non sono il Presidente del consiglio, ovviamente ci sono solo le iniziali dei nomi. Avete una coscienza si presuppone. Capirete da soli a che “girone” appartenete.


E’ evidente che c’è un leggero squilibrio…

Mi sono domandata i motivi e alla fine mi sono data anche delle spiegazioni per quel nutrito gruppo che appartiene al girone dell’inferno e anche in parte a quello del purgatorio:
– non sono soli, vivono comunque con compagni/e, mogli/mariti, amici, coinquilini/e, figli, parenti, famiglia.
Mangiano tutti assieme, giocano, guardano serie tv, si abbracciano, si consolano a vicenda se hanno momenti di cedimento, si amano…
– Il loro lavoro seppure con alcuni cambiamenti continua, escono e interagiscono con altre persone,
– le persone a cui tengono stanno bene, non hanno problemi fisici se non la classica allergia stagionale o malesseri consueti e sì forse conoscono qualcuno colpito dal virus ma non così vicino a loro da allenare la loro capacità di comprensione degli altri,
– i loro problemi vengono sempre prima di tutto, fosse anche solo il non trovare il lievito di birra e sono sempre più grandi di quelli degli altri.

Vi garantisco che capisco ognuno di loro ma purtroppo io sono diversa e per quanto possa capire, non posso più accettare.
Certo non glielo dirò, mi spiace per averlo detto ad alcuni in questi ultimi giorni ma da ora lascerò che sia il silenzio a parlare.
Ho deciso che mi sta bene il loro egocentrismo, perché questa quarantena mi ha permesso di vedere chi e come realmente sono, mi ha confermato cose che già supponevo e fatto scoprire altro che avrei preferito non sapere ma che mi sarà utile in futuro.
Terrò la mia lista qui sul tavolino di fronte al divano per ricordarmi, quando tutto questo sarà finito, che forse non è più il caso di aprire la porta a tutti né è il caso di permettere a tutti di attingere al pozzo.
L’acqua è un bene prezioso soprattutto quando si ha sete ma la strada per il pozzo va percorsa senza aiuto, nessuno ci indica la strada, a volte vanno superati ostacoli, ci si ferisce con dei rovi, si devono salire pendii e giunti alla meta, c’è un secchio da calare e servono braccia robuste per attingerla.

Per gli amanti della Disney, ricordo che anche Malefica non era cattiva ma chi amava le ha tagliato le ali a tradimento e successivamente è stata isolata e dimenticata dalle persone a lei care, è così che spesso anche le fate diventano streghe.

In conclusione tornando al titolo di questo post, non tutte le persone saranno migliori a fine “covid”, le persone che vengono ferite cambiano e questo cambiamento difficilmente sarà in meglio perché avranno nuove cicatrici che resteranno a ricordargli quando hanno dovuto “ricucirle” da soli.
Per tutte le altre invece sarà come se per un paio di mesi, che nella loro mente diventerà presto un tempo breve, il tempo si fosse fermato e appena apriranno la porta il ritorno alla normalità gli permetterà di continuare ad essere gli stessi con la sola differenza che avranno imparato a fare la pizza e il pane.

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