Parliamo di Shooting, fotografi e modelle…

Per chi si è perso il post precedente sul ritratto e la “preparazione” a quello che è stato il mio primo Shooting in veste di “modella” ma soprattutto, storyteller, rimando a un paio di articoli che potranno illuminarvi:

Ho Ah, forse non ve lo avevo detto (è stato volontario per evitare che non coglieste il messaggio ma altro…), rimedio ora, il progetto che è nato con Andrea Giacoletto per ragioni che poi comprenderete, prevedeva che io mi spogliassi
Fisicamente e soprattutto mentalmente.
Ero pienamente consapevole del mio dovermi mettere a nudo, sia fuori che dentro e su questo apriremo un discorso che fa parte dei tanti riguardanti l’essere “modella” e il non potere svegliarsi un giorno e diventarlo.

Solo la piena fiducia nella professionalità del fotografo permette di essere se stesse e di non sentirsi a disagio (soprattutto nel ritratto), oltre naturalmente al fatto che non mi si è prospettato di fotografare degli orsetti gommosi cosparsi sul mio corpo in tuta da sub, maschera e boccaglio, né si poteva pretendere che coprissi le parti “intime” in fase di scatto facendo così impazzire poi il fotografo in post produzione.
Il confronto sul progetto, ha inevitabilmente portato anche a chiedere quanto io fossi pudica e quanto ero disposta a mostrare, attenzione, in fase di realizzazione, perché naturalmente poi alcune parti non verranno mostrate in fotografia.
Nulla era implicito, scontato o un obbligo scoperto una volta “accese le luci”.
Il progetto lo prevedeva, ero libera di accettare o meno, il fotografo era libero di accettare la mia decisione o meno, confrontarsi con la massima sincerità e onestà ha permesso a me la naturalezza nel mettermi a nudo di fronte all’obbiettivo, al fotografo di non dovere discutere inutilmente con chi improvvisamente decide che vuole essere fotografata in burqa.

Tutto questo al là dei discorsi sul fantasy, sui terrapiattisti e il 5G, al di là della ricerca dell’ave Maria su google per meglio interpretare il ruolo di “sposa cadavere”, al di là della mia “faccia da culo” perché mi chiamo Barbara (pare sia una cosa comune a tutte quelle che portano questo nome), della mia incapacità nonostante lo yoga di mantenere delle posizioni a lungo e della mia schiena da palo in XXXX (tutta colpa della ginnastica artistica…) o da gobbo di Notredam…
Del resto, io non sono una modella ne vista la “certa età”, penso di riuscire a diventarlo.
(Magari posso al limite imparare, se vengo rigorosamente caxxiata a tenere la schiena dritta…)
Il mio obiettivo primario in questo progetto era “raccontare” perchè il difficile come leggerete più avanti non è stato lo “spogliarsi dei vestiti”

Raccontare cosa?

Ve lo spiego con il post che ho messo un paio di giorni prima dello shooting su Instagram.

In un paese in cui i fotografi spuntano ogni giorno come i funghi che crescono nella terra del mio oleandro e l’ambizione di troppe e’ essere modelle, io credo ancora che entrambe le professioni non si possano improvvisare.

Essere fotografi richiede studio e creatività.
Studio dei maestri del passato e di quelli contemporanei. Studio della luce e del modo di comunicare.
La fotografia è un’arte e non un esporre in vetrina.
Soprattutto nel ritratto come spiego nel mio ultimo post sul blog.

Fare da modelle richiede impegno, prove, cura e la capacità di essere spontanee pur seguendo le indicazioni di chi sta dall’altra parte dell’obbiettivo.
Si deve riuscire a fare trasparire la propria unicità non solo fisica perché e’ quella interiore che ci differenzia e rende interessanti.

Tra fotografo e modella si deve istaurare un rapporto empatico e le idee e i progetti devono nascere da entrambe le teste attraverso il confronto.
Perche entrambi sono prima di tutto persone che oltre a un corpo si presume abbiano anche un cervello.

Il fotografo non è una macchina che applica solo la tecnica, la modella non e’ un cartonato privo di carattere.

Il fotografo deve saperlo cogliere, la modella deve saperlo comunicare.


Com’è andata?
Lo shooting è stato pianificato fin nei dettagli da entrambe le parti in gioco, a partire dagli oggetti necessari, dalle idee compositive, il materiale, lo studio della luce naturale della location, la scelta di obbiettivi, luci, ecc.
Ci sono voluti giorni per organizzare e prepararsi.

Capite bene quindi che non basta una bella piscina, una bella gnocca, attrezzatura da migliaia di euro, un corso base di fotografia, il PH davanti al nome sui social, l’avere vagoni di preset su photoshop o lightroom, 4 vestiti a caso e un bel rossetto rosso.

Serve un fotografo che sappia quello che fa, che abbia oltre la tecnica, sensibilità fotografica ed empatia.
Serve una persona, modella o meno, che quantomeno segua gli step necessari a sembrare un essere umano con un minimo di carattere e personalità e che sia disposta ad ascoltare il fotografo senza interromperlo ogni 37 secondi con: no vengo meglio da quel lato…, mi si vede mezza tetta e un quarto di chiappa…, ah no io in quella posizione non mi ci metto…, il velo da fastidio…, mi si incollano gli orsetti che schifo…, non mi stare così vicino…, secondo me non c’è la luce giusta…, mio dio no si vedono troppo le rughe e non mi hai piallato bene le cosce…

Il fotografo ne sa sicuramente molto più di qualsiasi modella o pseudo tale e la modella o pseudo tale, deve accettare che lui ne sappia più di lei e che esiste uno scopo più alto in quelle fotografie che l’apparire gnocca per acchiappare like e attenzioni sui social…

Tra un caxxeggio e l’altro, con le gatte perplesse, un caldo devastante, lezioni di fotografia, trucchi che mi sono stati spiegati e che non rivelerò nemmeno sotto tortura, credo di essere riuscita a raccontare come è andata e quanto “lavoro” ci sia dietro.
Di più era oggettivamente difficile anche per il mio noto multitasking.
Trovate la preparazione, il back stage e caxxeggi vari nelle mie storie in evidenza su Instagram: QUI.

Ma il mettermi in gioco per raccontare quella che pare essere ormai solo una moda per collezionare consensi e attenzione, ha fatto emergere diversi ulteriori aspetti, che probabilmente il mio cervello già intuiva ma che dovevo, come San Tommaso, “toccare con mano”.
(O meglio ancora, sbatterci il muso…)

Non si nasce fotografi e la fotografa è una professione che richiede anni di studio e di pratica.
Studio che parte dalla storia della fotografia alla tecnica, dallo studio compositivo a quello della storia dell’arte.
Pratica che non è solo fare shooting a belle ragazze davanti a un tramonto…
E poi ci vuole, occhio, mente e cuore come diceva qualcuno…

Oggi un fotografo può distinguersi solo per creatività, studio, sensibilità e rigore professionale.
Non c’è più nulla da inventare.
Photoshop, lightroom, camera raw, manuali tecnici, corsi e attrezzatura non bastano.
Servono solo a sparare a mille nitidezza, saturazione e diventare maniaci dell’HDR.

Non si nasce modelle, c’è chi ha una dote naturale o le caratteristiche fisiche per diventarlo e chi lo è senza che nemmeno sia la sua professione o il suo intento.
Perchè ciò che distingue un “ritratto”, un “ritratto ambientato” o le fotografie di fine art che veramente comunicano, è quanta empatia, conoscenza, confidenza, naturalezza, fiducia, stima, esiste, fra il fotografo e la modella.
Quanto entrambi si affidino uno all’altro nell’intento comune di creare un’immagine che sa “parlare”.

Quanto la modella si senta bella e “perfetta” qualunque sia la sua fisicità, età, etnia, consapevolezza di sè, quando è quel fotografo a ritrarla.

Quando per la modella il fotografo è la persona di fronte al quale cessa ogni inibizione fisica ma soprattutto mentale.

Quanto al fotografo non serva spiegare, parlare, cercare di fare capire un progetto perchè lei sa già cosa lui ha in testa ed è spontaneo trasformarlo in posa ed espressione.

Quando per il fotografo quella modella è il “suo campo di girasoli”.

Quindi non vedrete fotografie della sottoscritta in questo post ma vedrete ciò che ho appena descritto.
Un fotografo e la sua modella.
L’unicità di un rapporto professionale e umano che da vita alla vera comunicazione fotografica.
Perchè ogni vero fotografo ha una vera e unica modella.

(Se ci pensate era così anche nell’arte, principalmente nella pittura e nella scultura)

Il resto sono bellissime fotografie “da calendario” che sicuramente mostrano tecnica e capacità oltre alla bellezza del soggetto ma che non sono in grado di “emozionare” e fare pensare. Si possono solo ammirare.


Fotografie di Andrea Giacoletto che trovate su Instagram come @agiacol72
Model: Ivana

Ps. Inutile dirvi che tutti i diritti di queste immagini sono dell’autore pertanto vi taglio le mani (e non solo…) se le trovo in giro e fidatevi che se dovesse accadere… Le trovo.

Io tutto questo temo di non riuscire a farlo né a esserlo ma adoro sfidare i miei limiti perchè solo così prima o dopo potrò superarli.
Ma ci vuole tempo e centinaia di foto.

Per carattere, per vissuto, per esperienza di vita, anche per insicurezza, in fondo preferisco comunicare da dietro l’obbiettivo e se mi metterò nuovamente in gioco sarà quando avrò trovato un modo per fare trasparire ciò che realmente sono, senza farmi contaminare e trascinare alla mia più estrema chiusura, dalle pippe mentali legate all’apparenza che questo mondo troppo spesso impone.
(Abbiate pietà sono una donna anche io)
Quando avrò trovato il mio modo per comunicare anche dall’altra parte dell’obbiettivo.

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