Clubhouse: pensavo fosse “amore” e invece…

Meno di una settimana…
Tanto è durata la mia infatuazione per il nuovo social network Clubhouse.

Ora la mia presenza è diventata più forse ostinazione nel volerlo comprendere e sfruttare al meglio.

Iniziamo dalla piattaforma in sé sebbene ancora in fase di test.
Non si capisce assolutamente chi sta parlando, o riconosci la voce o devi scorrere tutti gli speaker sperando di capire chi sia, dal leggero tremolio di un cerchietto grigio.
Figuriamoci se a parlare sono più di uno.

Basterebbe che quel cerchietto intorno alla foto fosse blu, rosso, giallo, insomma di qualche colore che non sia il grigio e magari inserire una di quelle belle notifiche che compaiono in alto (ancora in inglese ovviamente) con: Tizio sta parlando, Caio ha preso la parola, ecc…
Stessa cosa dicasi per chi viene autorizzato a parlare, basta un: Tizio entra nella conversazione.

Ah sì, su Clubhouse devi essere autorizzato a parlare, alzi la manina e quando il moderatore se ne accorge ti fa entrare (a sua totale discrezione) nell‘Olimpo degli speaker dove rimani fino a che non ti ributtano nello stige.

Nella bio hanno messo la possibilità di inserire instagram e twitter oltre a un numero di caratteri degno di un editoriale che tanto nessuno leggerà mai, perchè il primo principio delle bio è “breve, concisa, dritta al punto”. Non hanno inserito però la possibilità di agganciare url di blog o siti personali, forse gli sviluppatori non hanno capito che twitter ormai lo usano solo i politici e i vip del grande fratello…

Non trovo nemmeno particolarmente rilevante avere nella bio chi ti ha invitato…

Passiamo al social in sé tenendo conto che si tratta di una first impression.
Ho moderato per anni, molti anni fa, le prime chat pubbliche sia testuali che audio e fin dall’inizio temevo che su Clubhouse si riscontrassero le stesse identiche problematiche affrontate più e più volte ma ho voluto dargli una chance seppure pienamente consapevole che le persone non cambiano.
E infatti…
Le stanze, va beh, sono quelle che sono, le tematiche le più svariate, dal serio al faceto e devo specificare che in questa settimana ho frequentato solo room che avessero un minimo di senso con quelle che sono le mie passioni, quindi arte e fotografia.

Iniziamo da un particolare che ha la sua rilevanza, Clubhouse è su invito e scaricabile solo per chi ha un iPhone, scrematura naturale che potrebbe avere i suoi vantaggi ma che implica che l’accesso sia così possibile solo a un preciso target, almeno fino a che gli iPhone non potranno permetterseli anche i sassi.
Inevitabile quindi che all’interno delle stanze troviamo anche moltissimi “vip” delle varie categorie, un beneficio non da poco perché non capita tutti i giorni di trovarsi a parlare con personaggi dall’eccellente immagine culturale, creativa e storica.
Il rovescio della medaglia è che puoi ritrovarti a parlare anche con “adolescenti (non per età anagrafica) viziati” e arroganti nipoti, figli, cugini, mogli, mariti, compagni di.

Il o i moderatori dettano legge, chi crea la stanza ha il potere assoluto di decidere chi fare parlare, quando e fino a quanto ma manca quasi totalmente di capacità di “coinvolgimento”.
Una delle prime cose che mi hanno insegnato quando moderavo le stanze di chat era che non dovevo limitarmi a espellere, bannare o “punire” l’utenza indisciplinata ma dovevo, da brava padrona di casa, animare e coinvolgere, soprattutto l’utenza nuova.
Salutare le persone quando accedevano, chiedergli di loro, delle loro passioni, aiutare i più resti per timidezza a entrare nelle conversazioni e a farsi conoscere.
Del resto, se inviti qualcuno a casa tua ad esempio per una festa e arriva anche gente portata dai tuoi amici, accogli comunque tutti gli ospiti, gli offri da bere, li fai accomodare e perdi quei 5 minuti per farli sentire a loro agio.

Bene, Clubhouse è molto Club e poco House.

Chi apre la stanza ha il suo seguito e i suoi amici (o il suo entourage) e in nessun caso mi è capitato di vederli dare uno sguardo a chi presente nella “parte bassa” rigorosamente silenziato e, almeno tentare, di coinvolgerlo nelle discussioni. Questo fa sì che, o tu alzi la manina, respiri profondamente e con coraggio apri il microfono e dici “ciao” specificando ovviamente chi sei altrimenti nessuno lo capisce, o resterai per sempre nello stige aspettando che Caronte colto da pietà ti faccia salire sulla sua imbarcazione.
Come nella migliore tradizione per traghettarti in quello che spesso è il vero e proprio inferno della parte alta dedicata agli speaker…

Persone che litigano e discutono fra di loro arrivando a volte persino a insultarsi, “vip” o pseudo tali con un egocentrismo elevatissimo che credono di avere la verità in tasca, professori della qualsivoglia materia che criticano la qualunque, comuni e poveri esseri umani non appartenenti all’elite che fanno di tutto per mettersi in mostra e cercare di buttarsi nelle conversazioni, professionisti poco conosciuti che cercano di farsi pubblicità contrariando i maestri o buttando nel mucchio domande banali a cui nessuno ha voglia di rispondere.
Non mancano nemmeno “i culturalmente arricchiti” sui tutorial di youtube che cercano di sfoggiare le loro conoscenze premettendo sempre che: “non sono nessuno per dirlo”.

Nella maggior parte delle stanze seppure tematiche alla fine comunque per gran parte del tempo regna il cazzeggio libero che andrebbe bene se fosse condiviso anche con chi ammuffisce nella parte bassa dove sono confinati gli ascoltatori ma così non accade.
Sinceramente, ancora devo capire perché dovrei restare ore ad ascoltare della focaccia mangiata a pranzo da chi non ha scritto manco mezza riga di bio o delle trombate del maschione di turno se sono entrata in quella stanza per parlare e ascoltare qualcosa che almeno si avvicini al tema della room scelto dai creatori.
Non dico che non si può anche cazzeggiare, ci mancherebbe, lo svago soprattutto in questo momento storico è necessario e indispensabile ma perlomeno sarebbe sensato di tanto in tanto non perdere di vista che se siamo in una stanza tematica, tale resta.
Ai tempi delle chat esisteva la netiquette, comprendo però che il galateo e spesso anche la primaria educazione di base non va d’accordo con l’egocentrismo e quell’insistente e noioso bisogno di emergere e mettersi in luce per potere dire: io conosco xxxxxx.
Ancora meno capisco perché dovrei stare ad ascoltare liti fra personaggi dall’ego smisurato (in alcuni casi “a ragione”, in troppi casi senza una base esperienzale valida).

Detto questo, quale valore aggiunto porta quindi questo nuovo social network?
Visibilità?
Non particolarmente soprattutto se si spera di essere notati dall’alto rango, perché chi poi decide di seguirti su altri canali difficilmente darà valore o anche solo un’occhiata al “tuo” contenuto (seppure esistano sempre delle eccezioni, meglio specificarlo).
Forse perché parliamo di persone la cui fama e affermazione è già a livelli piuttosto alti e quindi non ne necessita altra.
Forse perché come si diceva in una delle poche chiaccherate sensate a cui ho partecipato, pochi hanno voglia di “insegnare”, dare consigli, conoscere anche il bassofondo o spingere il talento ancora poco conosciuto.
Specialmente in quei mondi legati all’arte, in cui la concorrenza è tanta e spietata, perché aprire le proprie porte a possibili contendenti?
Arricchimento culturale?
In alcuni casi sì, quando i partecipanti prendono sul serio la logica che dovrebbe stare alla base di questo social, si viene a conoscenza di nuove opportunità, si ascoltano con piacere racconti che dovrebbero essere tramandati come memoria storica, se si è una mente sveglia e attiva si riesce a cogliere nelle molte parole, consigli utili a permettere la crescita nelle proprie passioni.
Ma stiamo parlando di luci spot nel buio dove poche stelle, per il momento, brillano soprattutto per empatia.
Compagnia?
Se hai voglia di cazzeggiare e trovi persone che sanno mettersi al tuo stesso livello sì, altrimenti è come accendere la TV e assistere a una tavola rotonda, un dibattito politico, un “a tu per tu” o peggio, un reality show.

Temo quindi, di non essere il tipo di persona da Club, sono più da House.
Preferisco stare seduta davanti a un tavolo dove le persone le guardo in faccia e dove tra uno spritz e dei salatini veramente si condivide e ci si arricchisce, anche solo di umanità.

Purtroppo questo non è possibile quindi in un paio di settimane di utilizzo ho trovato una serie di compromessi perché una seconda chance, voglio comunque darla a questo nuovo social network che ha tutte le potenzialità per affermarsi:

– room più piccole, possibilmente di club dedicati, in modo che le tematiche sono più seguite dai partecipanti e approfondite da tutti.

– ascoltare bene prima chi sta parlando e “rintracciare” persone che si sono già sentite o con cui si è già dialogato che quindi non ti vedono come un alieno comparso dal nulla e privo del diritto di partecipare,

– evitare qualsiasi polemica e alzare la manina per entrare nell’Olimpo degli speaker e parlare, solo se si ha qualcosa, possibilmente di sensato, da dire,

– ignorare i soggetti o le situazioni che rendono questo social l’equivalente di un reality show, se si verificano si esce e rientra a show terminato,

– selezione: di persone, di stanze, di argomenti,

Detto questo vedo comunque che di giorno in giorno sta migliorando e che le luci spot e le stelle che brillano aumentano, oltre ad aumentare un uso sensato e più disciplinato.

Come sempre, al di là della parte tecnica che non è compito nostro, siamo noi a rendere un social network, la nostra permanenza e il nostro fruirne piacevole e costruttivo.

Non è il social a dover migliorare ma chi lo usa.


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