Decompressione

Credo che a ogni fase della vita ne corrisponda una uguale ma contraria.

Ho passato un anno e mezzo in cui la mia finestra sul mondo erano i social. Pochi contatti, poche occasioni di vedere e soprattutto conoscere persone, poche occasioni di visitare luoghi, mostre, musei.

Due, forse tre, pizze in compagnia, un paio di aperitivi, nessun contatto reale dal 23 febbraio 2020 con i colleghi che potesse rendere meno pesanti situazioni da cui tutti più o meno siamo passati. Dalla cassa integrazione ai clienti persi, job rotation, dubbi, paura di non arrivare a fine mese o addirittura di perdere il lavoro. Il tutto senza una presenza umana che con una pacca sulla spalla poteva aiutare a rialzarsi da quel fango in cui stavamo affondando lentamente che ha caratterizzato il 2020 e l’inizio del 2021.

Ci sono stati amici che si sono gravemente ammalati di covid e che nonostante interminabili settimane in terapia intensiva ne sono usciti fortunatamente vivi. Ci sono state perdite di persone care, uniche. Ci sono state brutte notizie di tumori, interventi, altre malattie che causa covid hanno trovato lo spazio per attaccare duro persone vicine.

Nel tempo che trascorrevo nel buio del tunnel, ogni cosa sembrava utile per “guardare fuori” e ricordarsi che il mondo andava avanti comunque e che un giorno avremmo potuto tornare a “vivere”. Lo abbiamo dipinto sulle pareti del web, fotografato dalle piccole finestre dei condotti di areazione, simulato abilmente con rapporti farciti di illusione.

I social network sono stati una finestra spalancata sul genere umano, potevi così, seppur virtualmente entrare nelle case, parlare, condividere e conoscere.
Ho postato fiumi di stories, mi sono iscritta a tik tok, a clubhouse e si, per un po’ ha funzionato perché non c’era altro modo per avere empatia, confronto, persino affetto. Per sentirsi ancora umani.

Mi sono buttata nella fotografia come molti anni fa nella pittura, leggendo, acquistando libri, migliorando lo stile, creando progetti, scattando con qualsiasi mezzo e in qualsiasi contesto. Ho fotografato me stessa e il mio disagio, una persona che ora non riconosco più.

Ho fotografato la mia città, luoghi, fiori e gatti ma soprattutto le persone, quelle persone che non potevo avvicinare, ho creduto di fare street photophography fino a che un corso professionale mi ha fatto capire che di street photography le mie foto non avevano nulla e che io non avevo capito nulla di ciò che è veramente questa categoria fotografica. Perché alla fine la mia fotografia era solo un modo per gridare al mondo che ero stufa e un mezzo per sentirmi più vicina a quel mondo che non potevo vivere.

Avevo bisogno di parlare, di sfogare la mia rabbia e conosco solo le arti visive per farlo.
Come fatto con la pittura moltissimi anni fa ho usato la fotografia per esternare ciò che sentivo.

Ho conosciuto decine di persone nella virtualità di uno schermo, persone che avevano le stesse necessità di non sentirsi sole, persone che all’interno del web hanno sempre trovato terreno più facile per non mettersi in gioco veramente e ottenere così i loro ideali di donna, amica, confidente, amante.
Ho accettato il gioco, mi sono mostrata per tenere vivo il ricordo in chi poteva vedermi e sentirmi solo attraverso i social. Ho raccontato ogni momento di quella mia pseudo vita a perfetti sconosciuti che poi dal vivo (con quei pochi con cui ci si è visti) hanno continuare a vedere in me solo quello che “vedevano” dentro allo schermo.

Mi hanno smaterializzata per rendermi ciò di cui loro avevano bisogno senza minimamente preoccuparsi di ciò di cui io avevo bisogno e di ciò che io sono.

Mi sono confrontata sui temi a me più cari come l’arte e la fotografia ma le discussioni alla fine sono diventate sempre le stesse e mi hanno annoiato perché non imparavo ma subivo il pensiero altrui, ho cazzeggiato e riso, accompagnato virtualmente persone a fare il tampone, ho contestato è cercato di ridimensionare il superego di alcuni, compreso fino a che punto arriva l’egocentrismo e quanto poco e’ “curabile”, ho visto come anche le persone che normalmente idolatriamo come “maestri” alla fine sono solo poveri uomini soli, con capacità limitate, che sfruttano gli altri per alimentare la loro finta creatività.

Ho capito quali sono le persone reali per cui vale la pena restare e quelle a cui rispondere che il sexting altro non è che una masturbazione fisica e cerebrale e che si è sempre soli a farlo e pertanto si può continuare a farlo “da soli”.

Pochi, veramente pochi, hanno fatto qualcosa per me ma non ne faccio una colpa a nessuno perché se non sai prenderti cura di una pianta figuriamoci se puoi prenderti cura di un essere umano. In ogni caso eravamo tutti più o meno sulla stessa barca gettando continuamente fuori con le mani l’acqua che rischiava di farci affondare.

Negli ultimi tempi mi sono resa conto che conoscere qualcuno dal vivo prima che sui social e condividere la realtà, una pizza o quattro passi in centro e’ ciò di cui veramente avevo bisogno. Persone che non hanno di te una versione filtrata ma quella in carne ed ossa, persone che vedono te, che te conoscono e che te apprezzano.

Di giorno in giorno quindi i social mi sono sempre più apparsi come le favole della Disney, sempre più aleatori, sempre più “fumosi” e finti, sempre più falsi.

Il teatro dei codardi che hanno bisogno dei like e del seguito per sentirsi uomini o donne. Il circo di chi non ha le “palle” per dire le cose e si affida a “messaggi lanciati nell’etere” come bottiglie nel mare. L’e-commerce del proprio tirare a campare.

Come era prima della pandemia e come sara’ anche dopo.

Ho capito che la vera fotografia non è li, che l’arte e’ sempre rimasta nei musei aspettando le riaperture e che le persone vere ci sono sempre state ma non sono quelle che più o meno frequentemente appaiono nei dm.

Oggi apro Instagram, facebook, tik tok e vedo mettere in mostra solo l’inutile o il palese interesse personale, vedo troppo di poco valore, la paccottiglia dei mercatini del sabato spacciata per antiquariato e così, alla terza stories, chiudo tutto e torno a giocare a tetris.

Ho ritrovato l’uso primordiale di questi mezzi che per me è sempre stato quello, fin dalle prime chat, di “tenersi in contatto” o organizzare uscite. Una sorta di più comodo e veloce “telefono”.

Grazie a quella che spero sia una seppur fievole luce in fondo al tunnel, ho abbandonato il circo virtuale per immergermi nuovamente nella realtà circondandomi di chi la vuole vivere, di chi di quel teatrino non gliene frega nulla perché semplicemente non ne ha bisogno.

La strada sara’ ancora lunga e ci saranno molte cose da reimparare ma chi più ha sofferto questa sorta di compressione forzata, all’interno di un mondo costruito con una manciata di pixel, prima o dopo sentira’ il mio stesso bisogno di aria, di contatto, di sguardi, di risate vere e di espressioni uniche, che nessuna emoticons potrà mai replicare.

Siamo fatti per vivere e anche se questo post potete considerarlo uno sproloquio frutto della febbre causata dalla reazione violenta del mio sistema immunitario alla seconda dose di vaccino vi chiedo: voi cosa scegliete, pillola rossa o pillola blu?

5 pensieri su “Decompressione

  1. É difficile rispondere adesso ma ho imparato ad accettare quello che mi accade e che affronto o scelgo come un modo che L’universo mi invia per imparare qualcosa… quindi io non sceglierei di cambiare nulla e anche ciô che é virtuale puó essere un modo per capire cosa la mia anima desidera! Ma la vera domanda é cosa é la realtà? Perché anche quello che riteniamo reale a volte per un altro non lo é ! Ci sono bellissimi libri a riguardo ed uno in particolare si intitola ‘reale e virtuale’ di Maldonado… per quanto mi riguarda scelgo sempre di sperimentare tutto per poi scegliere quindi pillola rossa! Ma veramente crediamo che uscire di casa e incontrarsi significhi vivere nella realtà? ❤️ io scelgo di seguire il Bianconiglio 🤣

    1. Io penso che l’overdose di virtuale che abbiamo subito o che perlomeno io ho subito mi abbia fatto capire quanto piccole cose sono importanti, toccare, sentire, sorridere e quanto fuori da questo schermo le persone siano molto più se stesse e molto più reali non potendo “filtrarsi” o “filtrare”. Forse ho solo in età che mi porta a pensare che una stretta di mano valga più di mille gradi troppo facile da scrivere 🙂

  2. Ironico. Il discorso che fai io non ho mai smesso di predicarlo, e nonostante tutto metterlo in atto, da sempre. Dopo aver letto un “vecchio” post su Ig, ed averti cercata lì (invano), torno a post più recenti e scopro uno sbocco di fatica.
    Sì, i social in particolare e la vita virtuale affaticano; i primi sono per me second(ar)i. Nel caso, se torni o non ti ho vista io perché stavi nascosta dietro una colonna, fammi un cenno 🙂

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